richard gere con risultati discutibili, a calarsi nei panni di un clochard, per denunciare il sistema America, reo di non fare a sufficienza per la parte più povera del Paese. L‘American Gigolò di tanti anni fa che consacrò Richard Gere a sex symbol degli anni ’80 e ’90, nomea consolidata, anni più tardi, grazie a Pretty Woman, è roba vecchia. Ora l’attore americano prova, con risultati discutibili, a calarsi nei panni di un clochard, per denunciare il sistema America, reo di non fare a sufficienza per la parte più povera del Paese.

Trama – Tra precarie condizioni atmosferiche, economiche e sociali il tenebroso George (Richard Gere) si aggira per le strade di New York in cerca di un motivo per dare una scossa alla piega rovinosa che ha preso la sua vita.
Nelle monotone giornate, che trascorre per strada, è solito sostare dinanzi ad una bar gestito dalla figlia Maggie (Jena Malone), per osservarla in silenzio da lontano. Il rapporto tra i due si è incrinato, a tal punto, da non avere più alcun contatto, ed anche se non viene menzionato nel film, tranne che in un brevissimo sfogo di mea culpa di George con Dixon (Ben Vereen), un altro senzatetto, è deducibile comprendere (anche dall’evidente risentimento della figlia per il padre) che tempo addietro i suoi comportamenti siano stati oggetto di sofferenza e delusione.
Tra alcool,  moduli da compilare e domande a cui rispondere per riuscire ad avere un posto letto o qualsiasi altra occasione di rilancio per riemergere dall’anonimato, si spendono le sue interminabili giornate.
Il punto finale ci lascia l’occasione di fantasticare sul prosieguo della storia, chiudendo con una scena che ha il sapore di un infinito addio o un abbraccio mancato.

I ritmi lenti imposti dalle scene rendono il film una giostra di pensieri meditabondi, scanditi da scenari e ambienti difficili, nonché reali, di una fetta sostanziosa di America senza luci, dove emerge oltremodo il prepotente distacco da quella ricca e forse anche meno riflessiva società americana.
Il film è scritto e diretto dall’israeliano, con un passato da giornalista, Oren Moverman, il quale fornisce alla pellicola indipendente un’impronta da reportage di uno spaccato triste e quanto mai attuale.

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